Fra promozione digitale e consulenza alle aziende: Bartolome Abad, uno spagnolo in Italia - E_FACTORY
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Il mondo della digitalizzazione e delle imprese visto attraverso gli occhi di un professionista: una storia decisamente interessante, quella di Bartolome Abad. Spagnolo di 31 anni, a Trieste per una serie di coincidenze molto interessanti, è il digital promoter della Camera di Commercio della Venezia Giulia, ma ha dietro a sé una “storia” personale e professionale davvero di spessore. Ecco il perchè E_Factory ha chiesto ed ottenuto un’intervista con lui. Trenta minuti nei quali Bartolome ci ha spiegato i segreti della digitalizzazione e le basi dell’industria 4.0, con concetti chiari e al tempo stesso approfonditi.

Sul tuo profilo, alla voce occupazione, troviamo “digital promoter” e “business consultant”: ci puoi spiegare questi due ruoli e soprattutto come si “intrecciano”?
“Partirei dalla figura di business consultant, che si dipana nella mia attività “privata”. Faccio molta formazione su marketing e comunicazione online per aziende, enti o centri formativi mentre come “digital promoter” con la Camera di Commercio della Venezia Giulia, il mio è un profilo generalista. Non sono un esperto in una sola materia, ma ho una prospettiva più ampia di tutto quello che è il mondo digitale, questo mi permette di essere più utile alle aziende che si rivolgono a noi. In Camera di Commercio, infatti, facciamo consulenza a queste aziende con l’obiettivo di tracciare una “mappa” della maturità digitale dell’azienda rispetto al mercato con cui si confronta e cercando di capire dove si possono integrare tecnologie a quelli che sono i processi produttivi, per ottimizzarli. Oltre a questo, aiutiamo le aziende a capire se ci sono contributi in quest’ambito e dove li possono trovare, mentre l’ultimo settore di azione è quello degli eventi formativi ed informativi che possano sensibilizzare più persone possibile verso la digitalizzazione”.

Hai anche un passato nel settore E-Commerce: come lo valuti in questo momento, soprattutto alla luce delle problematiche Covid-19? A quali aziende, in particolare, lo consiglieresti?
“Tre o quattro anni fa dicevo che il rischio era quello di non sperimentare questo settore e rimanere indietro. Il Covid ha accelerato questo processo e molte aziende sono dovute partire praticamente da zero in questo argomento, che peraltro distinguerei in E-Commerce e Marketplace: il primo è un “negozio virtuale” di proprietà dell’azienda, che lo cura in tutto e per tutto da sola e dunque vende i suoi prodotti. Il Marketplace, invece, è uno spazio dove è possibile vendere i prodotti o servizi insieme a quelli di altri marchi: chiaramente, l’investimento per un E-Commerce è maggiore, ma il margine di guadagno è più alto in quanto non ci sono intermediari. Un Marketplace ha, come valore aggiunto, quello di portare traffico da solo e non c’è bisogno di “troppa” promozione diretta: di contro, ci sono commissioni che vengono trattenute. Cosa consiglierei? Dipende dall’azienda e dal suo scopo mma, personalmente, io cercherei di essere presente su tutti e due, la presenza online è davvero fondamentale”.

Si parla molto spesso di industria 4.0, ma il concetto per alcuni è “nebuloso”: vuoi spiegarcelo?
“Parlerei di quarta rivoluzione industriale: la prima fu quella che cambiò la forza fisica in vapore. La seconda fu portata da Henry Ford, che rafforzò la produzione “in serie” mentre la terza è stata la rivoluzione dei computer e dei robot. L’industria 4.0 e, di conseguenza, la quarta rivoluzione industriale, si basa su tre punti: i sensori, che raccolgono dati; il cloud, che è un “magazzino” dove vengono incamerati e stoccati i dati; l’intelligenza artificiale, che estrae l’informazione dai dati raccolti. E, in più, da non sottovalutare la parte del benessere: di solito, le rivoluzioni industriali hanno sempre portato una crescita ed un aumento economico che, alla fine, si sono trasformati in benessere per le persone.
Questa “rivoluzione” ci porta in dote tecnologie come la manifattura additiva o, per meglio spiegarsi, le stampanti 3D: ci permettono di costruire forme e cose che hanno meno “peso” e usare materiali più ecocompatibili, fondamentalmente servono per creare materia dove la materia non c’è. Altre tecnologie sono i big data, che permettono di raccogliere moltissimi dati in più rispetto al passato e aumentano quindi la personalizzazione; sono comparse cose come il blockchain, che permette la trasmissione e l’immagazzinamento dei dati in maniera sicura attraverso registri decentralizzati. Insomma … le macchine sono molto brave a dare risposte, ma noi siamo molto bravi a fare domande, come diceva il campione di scacchi Kasparov”.

Tu vivi a Trieste ma sei spagnolo ed hai avuto un’esperienza negli Stati Uniti: perchè queste scelte di vita? Raccontacele un pò.
“Ogni scelta della mia vita mi ha portato in dote qualcosa: quando ero piccolo, in Spagna, volevo andare in America e ho sempre visto negli americani un esempio per il loro pragmatismo. Dopo la laurea nel mio paese, ho avuto l’opportunità di borse di studio e sono andato a studiare prima a Toronto e poi negli Stati Uniti: questo mi ha aperto gli occhi su molte cose, soprattutto sul fatto che la teoria è importante perchè ti dà le basi, ma la pratica è ancora più fondamentale. In USA e Canada, ho potuto integrare la mia formazione europea con un incremento dell’intelligenza culturale ed emozionale. L’Italia, invece, è stata una scelta “di cuore”: avevo la possibilità di andare a lavorare a Madrid, ma i miei sentimenti mi hanno portato qui, dove pensavo che le mie possibilità non sarebbero state poi così differenti. Sono arrivato senza saper parlare la lingua e con una mentalità differente, ma alla fin fine ce l’ho fatta: la questione era “farcela o tornare indietro” e non mi pento di nessuna delle scelte fatte finora. A Trieste mi trovo bene, è una città piccola, ma sono sempre stato trattato bene: a livello professionale non è semplice come realtà, ma provandoci con convinzione e continuità è possibile farcela”.

Come si è trasformato il panorama del business digitale con il Covid-19, che tipo di tendenze hai potuto osservare?
“Sto vedendo molte aziende che cercano la “via d’uscita” nella comunicazione digitale: chiaramente, si è capito che tecnologie che favoriscono digitalizzazione, smart working, gestionali e condivisione in cloud sono diventate davvero fondamentali. Il Covid ci ha “chiuso” delle porte, ma ci ha aperto altre finestre per opportunità che non devono sfuggire alle grandi aziende ed alle piccole medie imprese: così facendo, è possibile ridurre i costi e comunque mantenere una buona produttività; tanto che molte realtà non vogliono più tornare indietro per quanto riguarda alcune modalità di lavoro digitali e a distanza”.

Infine, diamo un consiglio ai più … giovani: per intraprendere un percorso come il tuo, che cosa bisogna fare?
“Un consiglio specifico non è semplice da dare; per lavorare nel mio settore, non è fondamentale una formazione di un certo tipo, ho visto tanti ingegneri, umanisti o filosofi approcciare e lavorare in questo mondo. Certamente quello da non fare è pensare di sapere già tutto, perché il digitale è in continua evoluzione e la “best practice” è quella di tenersi sempre aggiornati. Direi che questo è il lavoro più importante, ovvero una costante formazione: io, personalmente, dedico una parte importante della giornata per la formazione formale e la lettura di articoli sulle diverse tecnologie per conoscere i trend del momento e le diverse correnti di pensiero. In più, un consiglio che voglio dare è quello di non chiudersi le porte a nulla: nel mercato del lavoro non è sempre possibile scegliere; io, per esempio, non ho cercato fin dall’inizio di approcciare il digital. Direi che l’identikit perfetto di colui che lavora nel mio campo è quello della persona curiosa che legge, guarda, si informa, partecipa a eventi e, soprattutto, conosce bene la lingua inglese, perché le tecnologie arrivano sempre prima negli Stati Uniti”.